venerdì 2 giugno 2017

Lipsia, dal calcio comunista a quello del franchising

di Vincenzo Paliotto
Il retaggio comunista. Non a caso e senza troppa enfasi Lipsia viene definita una delle culle del calcio tedesco. Del resto nel 1903 proprio l’undici locale vinse il primo campionato teutonico della storia, battendo in finale ad Amburgo con un sonoro 7-2 il DFC Prag e dando seguito poi a quel successo con altri due titoli nazionali conseguiti nel 1906 e nel 1913. Mentre la prima ed unica DFB Pokal giunse nel 1936, ma con una vittoria epocale per 2-1 di fronte al fortissimo Schalke 04 e dinanzi ad oltre 70.000 spettatori all’Olympiastadion di Berlino. Il Vfb Lipsia e la città avevano un ruolo pressoché predominante nel calcio tedesco. Eppure, malgrado tutto, qualcosa  in questo vasto angolo di Germania  è quasi costretto a cambiare dal punto di vista dell’identity calcistica, anche se il cambiamento in questo caso scaturisce da una vera e propria imposizione commerciale. Quella della Red Bull, per intenderci, che con i soldi ed il potere vuole schiacciare, o quantomeno prova a farlo, la vera identità calcistica della città, ad appannaggio da sempre della Lokomotive e del Chemie e forse più lontanamente della Rot Stern, un club minore. Dopo il passaggio sotto le insegne governative della DDR, l’identità calcistica della città venne difesa dalla Lokomotive Lipsia, che prese l’eredità del Vfb Leipzig e che nella gerarchie del regime comunista doveva essere la squadra più forte della città, e la Chemie Lipsia, invece la squadra minore che aveva ereditato la storia del Britannia nato nel 1899, ma forse inconsapevolmente più vicina alle ragioni del popolo. In realtà i gialloblu della Lokomotive non vinsero mai il titolo della Oberliga, pur sfiorandolo più volte, accontentandosi però di vincere 4 volte la coppa nazionale e di arrivare ad una finale di Coppa delle Coppe nel 1987, poi persa contro l’Ajax. Tuttavia, la Lokomotive Lipsia era a sua volta una delle vittime preferite degli equilibri del potere. La Dynamo Berlino ed Erich Mielke, il capo della Stasi che presiedeva anche la squadra di calcio più odiata, gli strapparono un titolo già quasi vinto nel 1986, con quello che venne definito “il rigore della vergogna”. Un rigore fischiato in favore della Dynamo proprio contro la Loko a tempo abbondantemente scaduto dall’arbitro Stumpf, che poi si scoprì essere un agente della stessa Stasi e quindi influenzato da Mielke. Quelli del Chemie invece il campionato lo vinsero e pure in due occasioni, nel 1951 e nel 1964, scatenando anche un clamoroso sussulto nella storia. Il secondo titolo, infatti, destò uno scalpore autentico, in quanto fu raggiunto dai biancoverdi, che sconfissero i rivali cittadini della Lokomotive mettendo praticamente in campo gli scarti degli avversari stessi.
I nuovi padroni della Red Bull. Ad ogni modo, da qualche anno l’identità calcistica di Lipsia stenta a ritrovarsi, ma non è scomparsa del tutto. La Lokomotive ed il Chemie sono malinconicamente confinate nelle divisioni inferiori della Sassonia, mentre alla ribalta sono salite in tutta fretta le insegne del calcio-franchising della Red Bull, che ha impiantato in città una propria sede calcistica. Anche se il trasloco nella città tedesca non è stato facile come i soldi a disposizione della Red Bull avrebbero potuto far credere. Il colosso taurino avrebbe in un primo momento  voluto accamparsi a Dresda, rilevando la Dynamo, scontrandosi però con la volontà di una tifoseria irrequieta e da sempre vicina alle tradizioni del club, che non ne ha permesso la trasformazione in franchising. Quindi successivamente avrebbe voluto comprare la tradizione del Chemie, ricevendo però in tal proposito il secco ed anche scomposto rifiuto della stessa tifoseria biancoverde. Tuttavia, i soldi da investire di Mateschitz, il capo della Red Bull, avrebbero poi trovato terreno fertile nelle vicinanze di Lipsia e precisamente a Markettstadt per comprare il titolo della sconosciuta formazione locale e trasferirlo quindi nella maggiore città della Sassonia. I vertici della DFB non furono proprio entusiasti dell’idea, ma nel tempo, dopo il 2006, si sarebbero convinti di accettare il calcio in franchising propinato dalla Red Bull. Per aggirare i regolamenti federali la squadra si sarebbe chiamata Rasen Ball Leipzig e che quindi avrebbe conservato l’acronimo di RB, mentre i colori sociali furono inevitabilmente biancorossi così come pure lo stadio si sarebbe chiamato Red Bull Arena, facendo inorridire quanti nel 1953 lo avevano battezzato Zentralstadion, un impianto in cui furono trascorse tante belle storie e tante belle notti del calcio europeo.
I numeri di quello che fu lo Zentralstadion. Non è più tanto facile decifrare l’identità calcistica di Lipsia al momento. La RB Leipzig, dopo essere stata in testa alla Zweite Bundesliga, ha guadagnato lo storico approdo nella massima divisione. Una mazzata tremenda da digerire per gli idealisti e puristi del calcio teutonico. La media-spettatori è aumentata fino a poco oltre le 20.000 unità, ma la squadra non ha fatto proprio breccia nella città. Oltretutto è la più odiata del calcio tedesco, tanto da indurre un bel numero di tifoserie a schierarsi nel fronte anti-Red Bull. Uno schieramento di non poco conto anche per la sicurezza totale del sistema calcistico tedesco. Del resto la tradizione appartenuta sia alla Lokomotive che al Chemie è enorme. Nel 2004 un nutrito gruppo di tifosi ha rifondato la Lokomotive ripartendo dall’11esima divisione nazionale. Al suo esordio 12.421 spettatori hanno assistito alla sfida contro l’Eintracht Grossdeuben. Un fatto eccezionale. Ma in tanti ci tengono a sottolineare che allo Zentralstadion nel 1987 per la semifinale di Coppa delle Coppe contro il Bordeaux erano in 100.000 e lo stadio era una bolgia così come lo fu al tempo contro l’Ipswich Town nel ’74 ed in tante innumerevoli sfide continentali, dove la Loko ha incrociato le proprie ambizioni con Barca, Napoli, Torino, Tottenham Hotspur, Benfica. Cioè quanto di meglio il gotha del calcio europeo ha saputo esprimere in ogni sua epoca calcistica.
 Tuttavia, qualcosa nello scenario globale della città  è cambiato sotto il profilo calcistico. La storia e la tradizione battezzano inevitabilmente la Lokomotive e la Chemie come i portacolori della città, ma intanto il blasone quasi inevitabilmente sembra voglia andare a premiare quelli della Red Bull, che nessuno vuole ma che invece saranno l’incomodo ed indesiderato ospite non solo di turno del calcio tedesco. Una storia del resto già vista in Austria e negli Stati Uniti e che qualcuno prevede in prospettiva anche in altri paesi a forte tradizione calcistica. Ce la farà la Germania a resistere all’assalto del calcio-franchising? In un paese in cui peraltro la tradizione ed il blasone non mancano? Molto dipenderà dai soldi della Red Bull, ma non solo. Intanto Lipsia ha in qualche modo reagito alla liofilizzazione cittadina della RB. La media degli spettatori per il nuovo club taurino ha subito un’oscillazione improvvisa e tangibile dal 2010/11 alla stagione del 2015/16, passando dai 4.206 del primo anno ai 25.025. E probabilmente con la promozione in Bundesliga sarà ancora di più incrementata. Insomma un incremento sensibile, che nei numeri e nelle prospettive si pone in netto contrasto con l’ostracismo nei confronti dei biancorossi che si respira e non a caso in tutta la Germania. Anche perché il numero degli spettatori rimane un dato tutt’altro che da trascurare. Del resto quelli della Red Bull hanno cambiato anche il nome a quella splendida creatura dello Zentralstadion, trasformandolo in un più consumistico e moderno Red Bull Arena, ma in questo caso in Germania sono rimasti con l’amaro in bocca un po’ tutti.

 Difficile dirlo o prevederlo, ma l’identity calcistica di Lipsia ha cambiato almeno esteriormente i propri connotati, anche se nell’anima della città c’è chi resiste con ardore. Del resto è pur vero che i giocatori, gli allenatori e i presidenti da sempre nel corso della storia cambiano e forse anche determinate tipologie di squadre, ma le istituzioni dei club storici quelli no, difficilmente cambieranno e passeranno mai di moda. 

1 commento:

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