sabato 17 febbraio 2018

La libertà è un colpo di tacco

di Vincenzo Paliotto
 La libertà è un colpo di tacco rappresenta allo stesso tempo un libro ed una di quelle storie che vorresti che non finissero mai. La ricuce e la costruisce in maniera magistrale Riccardo Lorenzetti, che celebra un esempio di democrazia nel calcio che costituisce qualcosa di unico e persino di irripetibile. L’autore ricostruisce in maniera romanzata ed appassionante la vicenda dei brasiliani del Corinthians, prestigiosa squadra del popolo di San Paolo del Brasile, che agli inizi degli Anni Ottanta intraprende l’esperienza vibrante ed emozionante della Democracia Corinthiana. In pratica tutti i tesserati del club partecipano con pari diritto di voto a tutte le scelte sia tecniche che societarie della vita della squadra, coinvolgendo anche Presidente e Direttore Sportivo ed ovviamente il tecnico Travaglini. I protagonisti sono più o meno quattro: l’arrembante fludificante Wladimir, il giovane centravanti Casagrande, l’elegante centrocampista Zenon ed il numero 8 della squadra, tale doutor Socrates, la cui specialità è proprio il colpo di tacco e che vanta anche studi universitari di non poco conto. 
 Lorenzetti ricostruisce questa storia snodando il racconto tra le vicende tra l’altro vincenti del Corinthians che vince due volte il Paulistao nel 1982 e nel 1983 e quelle di un giornale locale Il Cardellino, che ha il torto in quegli anni in cui il Brasile deve sottostare ad una feroce dittatura militare, di essere un giornale dei sindacalisti. Gente insomma che vorrebbe far rispettare i diritti dei lavoratori, ma che invece deve sottostare alla gogna dittatoriale, che ogni tanto chiude con la forza i battenti del giornale. Tuttavia, sulle colonne de Il Cardellino si cimenta un certo Alvaro Cunha, il migliore dei giornalisti sportivi, capace di raccontare come nessun altro le vicende del Timao, cioè il meraviglioso Corinthians.

 Il libro ricostruisce in maniera meravigliosa una delle vicende calcistiche più belle degli Anni Ottanta, dando spazio alle imprese calcistiche di quel Corinthians e del suo maggior alfiere quale Socrates e allo stesso tempo ricostruendo quella che era l’atmosfera sociale e della quotidianità del popolo brasiliano, estremamente povero economicamente e di diritti umani, ma così legato alle mirabilie del futebol, unica cosa sacra per gli stessi brasiliani.

mercoledì 27 dicembre 2017

1923-1925, il Genoa alla scoperta del calcio sudamericano

di Vincenzo Paliotto
 Pierpaolo Viaggi, rigorosamente ed orgogliosamente innamorato del Genoa, ci regala una vera chicca per quanto riguarda i tanti volumi dedicati alla squadra che per prima fu Campione in Italia. L’autore genovese, infatti, ripercorre con minuzia di particolari la tourneè della compagine rossoblu in Sud America negli Anni Venti. Un decennio in cui il calcio era già abbastanza diffuso in Italia, ma forse certamente non fino al punto di far pensare ad un viaggio calcistico così lontano.
 Tuttavia, quei due viaggi in America Latina del Genoa avrebbero rappresentato senza ombra di dubbio qualcosa di eccezionale e non soltanto sotto il profilo calcistico. Il primo viaggio del Genoa in Sud America nel 1923 rappresentò anche un fatto sociale, con la grande attesa di tutta la città per quelle che furono partite epiche. Del resto Viaggi è abilissimo a districarsi non solo tra le ingiallite colonne dell’epoca del Secolo XIX, de Il Caffaro o di qualche Gazzetta dello Sport, ma anche tra i più dettagliati La Prensa ed El Grafico, giornali argentini che lasciarono tantissimo spazio ai loro cronisti per quella visita di un certo prestigio da parte del Genoa.
 L’autore dunque non si sofferma soltanto nell’ambito di quello che fu l’evento sportivo sul terreno di gioco, ma anche all’esterno dello stesso con le visite e gli onori di ogni genere resi ai campioni genoani. Oltretutto il Genoa affrontò in quel suo viaggi del 1923 sia l’Argentina (che battè anche) che l’Uruguay, al tempo sicuramente le squadre più forti del Mondo. Non a caso nel 1930 giocarono la finale della prima Coppa Rimet, mentre l’Uruguay aveva vinto anche gli allori olimpici. Anche il Grifone dal suo canto era atteso e venerato con una certa insistenza, in quanto erano già diffuse al tempo in tutta l’America Latina le sue imprese nel calcio italiano. Del resto proprio negli Anni Venti il Genoa attraversava uno dei periodi più luminosi e vincenti della sua storia.

 Il libro può contare su 140 pagine fittissime e ricche di aneddoti (costo 10,00 euro), ma anche da tante fotografie rigorosamente in bianco e nero. Il volume è edito da AGF Genova e rientra nella collana de I quaderni di Genoadomani, appassionati da sempre attentissimi alle vicende della loro squadra del cuore.

sabato 25 novembre 2017

I racconti del Grifo


di Vincenzo Paliotto

Sebbene la letteratura calcistica di natura genoana possa vantare un’importante vastità di titoli e di edizioni, il nuovo libro di Massimo Prati , sottotitolo Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova, si presenta, ad ogni modo, negli scaffali delle librerie in maniera alquanto originale. In effetti l’autore riesce a ripercorrere gran parte della storia genoana, attraverso i trionfi ed anche le delusioni, coinvolgendo le proprie esperienze personali intensamente vissute con ricordi vissuti in prima persona e non relativi a Genova, ai genovesi ed al Genoa, esaltando i molteplici aspetti di questa storia ormai ultracentenaria.  In 18 capitoli, densi e ricchi di aneddoti e condito di grandi sensazioni, Prati si cimenta in un vero viaggio della memoria esaltando i luoghi del culto del tifo genoano, ma anche i campi che ne hanno esaltato le origini e poi le varie imprese nel corso della storia, dovendo per forza di cose fare i conti con la rivalità in quasi ogni angolo della città con i cugini blucerchiati.
 Tuttavia, tra le pagine de I racconti del Grifo è facile imbattersi in campioni del Genoa di ogni epoca, ma forse anche nei racconti di calciatori meno noti all’interno della storia del club, ma raccogliendo anche di foto d’epoca che ci raccontano di vari angoli della città ligure, accompagnate anche da immagini suggestive, per la gran parte in bianco e nero. I ricordi si susseguono in maniera entusiasmante ma anche con tanta nostalgia con Claudio Onofri, l’estremo difensore Grassi, il portiere Sain detto “O Tenaggia”, l’altro portiere dei record Mario Da Pozzo, o Derlin che in un derby del ’74 porta in vantaggio al 35’ il Genoa, poi raggiunto al 90’ tra tante imprecazioni da un gol di Maraschi. Ma c’è ben altro nei racconti di Massimo Prati. Come ad esempio i giorni delle lotte che portarono alla caduta del Governo Tambroni negli Anni Sessanta, un governo sostenuto dal Movimento Sociale Italiano, i fascisti con il trucco rifatto in pratica, per i quali a Genova  hanno sempre nutrito una particolare allergia. Ma anche un vistoso ricordo ed intreccio musicale tra la memoria di Fabrizio De Andrè, genovese e genoano doc, e Pino Daniele, con Napoli e il Napoli nel cuore.
 In effetti alla fine del volume ci si rende conto che Massimo Prati (che segue il Genoa da Ginevra, città in cui lavora e dove ha pure fondato un club della sua squadra del cuore) ha pienamente ragione che parlare del Genoa e come parlare di Genova, in un legame inscindibile, nonostante i momenti molte volte bui nella storia del Grifone. Un libro da leggere e da pensare per i tifosi del Genoa e per gli amanti del football.   
 
I racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova
Nuova Editrice Genovese

pp. 158 euro 11,90, autore Massimo Prati   

venerdì 27 ottobre 2017

Racconti europei, Arsenal-Stella Rossa Belgrado

di Vincenzo Paliotto

Corsi e ricorsi storici all’interno dell’Europa League, andando a rivivere le fasi di quelle coppe europee, che con la loro formula originaria forse piacevano effettivamente di più. Il precedente tra Arsenal e Stella Rossa Belgrado.

 1/8 FINALE

ARSENAL - CRVENA ZVEZDA 1:1  (0:0) 
              

London, 6.XII 1978, stadion:  Highbury, gledalaca: 41.566, sudija:  Ulf Eriksson (Švedska).
Strelci: 1:0 Alan Sunderland (69'), 1:1  Dušan Savić  (87'). 

ARSENAL: Pat Jennings, Steve Gatting, Pat Rice, David O'Leary   , Sammy Nelson, Graham Rix (68' Malcom MacDonald), David Price, Willie Young, Mark Heeley (89' John Kosmina), Francis Stapleton, Alan Sunderland.
Trener:  Terry Neil.

CRVENA ZVEZDA:  Aleksandar Stojanović, Nikola Jovanović, Zlatko Krmpotić, Slavoljub Muslin, Mihalj Keri, Ivan Jurišić, Vladimir  Petrović, Cvjetin Blagojević, Dušan  Savić, Zdravko Borovnica, Nedeljko Milosavljević.  
Trener: Branko Stanković.
 Senza mezzi termini le coppe europee in generale e la Coppa UEFA in particolare nel corso degli Anni Settanta ed Ottanta godevano di ben altre fortune. E questa rubrica ci tiene in qualche modo a sottolineare la nostalgia da parte per le coppe europee con la formula di un tempo. Ad ogni modo, il sorteggio abbinò per gli ottavi di finale della Coppa UEFA edizione 1978/79 l’Arsenal agli jugoslavi della Stella Rossa di Belgrado, squadra mitica, che già nel 1975 si era spinta fino alle semifinali ma in Coppa delle Coppe, venendo poi eliminata dal Ferencvaros. Tuttavia, i biancorossi belgradesi avevano fino a quel momento compiuto uno splendido cammino. Nel primo turno avevano, infatti, eliminato la Dynamo Berlino dopo una storica remuntada. Dopo il 5-2 patito a Berlino Est, gli uomini di Branko Stankovic ribaltarono il risultato in un Marakanà festante ma forse anche incredulo. Anche perché dopo i primi 45 minuti era ancora la Dynamo Berlino a condurre sull’1-0 grazie al gol di Riediger dopo appena 12’. Poi entrò in campo Zdrako Borovinca e nell’ultima mezz’ora i biancorossi segnarono 4 gol che li portarono al turno successivo. Al 90’ tra la disperazione degli uomini della squadra della Stasi, Reinhard Lauck deviò il pallone nella propria porta. Poi nei minuti finali venne eliminato nel turno successivo anche lo Sporting Gijon e quella squadra assunse sempre più i connotati di una formazione che non gettava mai la spugna prima del triplice fischio.

 Al Marakanà di Belgrado comunque la Stella Rossa superò i gunners di misura grazie ad un gol di Blagojevic dinanzi a 95.000 spettatori. Ma ad Highbury non sarebbe stato facile con un vantaggio così esiguo avere ragione degli inglesi, che schieravano tra gli altri Brady, Stapleton, Jennings e Graham Rix. Tuttavia, al 69’ fu Alan Sunderland di testa a portare in vantaggio i londinesi. Tuttavia, ancora una volta nel finale di gara, all’87’, Dusan Savic insaccò al volo su splendido assist con l’esterno destro dalla fascia sinistra (come faceva Cruyff) di Blagojevic. La Stella Rossa passò il turno e fu capace di arrivare fino alla finale eliminando anche West Bromwich Albion ed Hertha Berlino, prima di mollare in un doppio confronto discusso di fronte al Borussia Moenchengladbach.

venerdì 2 giugno 2017

Lipsia, dal calcio comunista a quello del franchising

di Vincenzo Paliotto
Il retaggio comunista. Non a caso e senza troppa enfasi Lipsia viene definita una delle culle del calcio tedesco. Del resto nel 1903 proprio l’undici locale vinse il primo campionato teutonico della storia, battendo in finale ad Amburgo con un sonoro 7-2 il DFC Prag e dando seguito poi a quel successo con altri due titoli nazionali conseguiti nel 1906 e nel 1913. Mentre la prima ed unica DFB Pokal giunse nel 1936, ma con una vittoria epocale per 2-1 di fronte al fortissimo Schalke 04 e dinanzi ad oltre 70.000 spettatori all’Olympiastadion di Berlino. Il Vfb Lipsia e la città avevano un ruolo pressoché predominante nel calcio tedesco. Eppure, malgrado tutto, qualcosa  in questo vasto angolo di Germania  è quasi costretto a cambiare dal punto di vista dell’identity calcistica, anche se il cambiamento in questo caso scaturisce da una vera e propria imposizione commerciale. Quella della Red Bull, per intenderci, che con i soldi ed il potere vuole schiacciare, o quantomeno prova a farlo, la vera identità calcistica della città, ad appannaggio da sempre della Lokomotive e del Chemie e forse più lontanamente della Rot Stern, un club minore. Dopo il passaggio sotto le insegne governative della DDR, l’identità calcistica della città venne difesa dalla Lokomotive Lipsia, che prese l’eredità del Vfb Leipzig e che nella gerarchie del regime comunista doveva essere la squadra più forte della città, e la Chemie Lipsia, invece la squadra minore che aveva ereditato la storia del Britannia nato nel 1899, ma forse inconsapevolmente più vicina alle ragioni del popolo. In realtà i gialloblu della Lokomotive non vinsero mai il titolo della Oberliga, pur sfiorandolo più volte, accontentandosi però di vincere 4 volte la coppa nazionale e di arrivare ad una finale di Coppa delle Coppe nel 1987, poi persa contro l’Ajax. Tuttavia, la Lokomotive Lipsia era a sua volta una delle vittime preferite degli equilibri del potere. La Dynamo Berlino ed Erich Mielke, il capo della Stasi che presiedeva anche la squadra di calcio più odiata, gli strapparono un titolo già quasi vinto nel 1986, con quello che venne definito “il rigore della vergogna”. Un rigore fischiato in favore della Dynamo proprio contro la Loko a tempo abbondantemente scaduto dall’arbitro Stumpf, che poi si scoprì essere un agente della stessa Stasi e quindi influenzato da Mielke. Quelli del Chemie invece il campionato lo vinsero e pure in due occasioni, nel 1951 e nel 1964, scatenando anche un clamoroso sussulto nella storia. Il secondo titolo, infatti, destò uno scalpore autentico, in quanto fu raggiunto dai biancoverdi, che sconfissero i rivali cittadini della Lokomotive mettendo praticamente in campo gli scarti degli avversari stessi.
I nuovi padroni della Red Bull. Ad ogni modo, da qualche anno l’identità calcistica di Lipsia stenta a ritrovarsi, ma non è scomparsa del tutto. La Lokomotive ed il Chemie sono malinconicamente confinate nelle divisioni inferiori della Sassonia, mentre alla ribalta sono salite in tutta fretta le insegne del calcio-franchising della Red Bull, che ha impiantato in città una propria sede calcistica. Anche se il trasloco nella città tedesca non è stato facile come i soldi a disposizione della Red Bull avrebbero potuto far credere. Il colosso taurino avrebbe in un primo momento  voluto accamparsi a Dresda, rilevando la Dynamo, scontrandosi però con la volontà di una tifoseria irrequieta e da sempre vicina alle tradizioni del club, che non ne ha permesso la trasformazione in franchising. Quindi successivamente avrebbe voluto comprare la tradizione del Chemie, ricevendo però in tal proposito il secco ed anche scomposto rifiuto della stessa tifoseria biancoverde. Tuttavia, i soldi da investire di Mateschitz, il capo della Red Bull, avrebbero poi trovato terreno fertile nelle vicinanze di Lipsia e precisamente a Markettstadt per comprare il titolo della sconosciuta formazione locale e trasferirlo quindi nella maggiore città della Sassonia. I vertici della DFB non furono proprio entusiasti dell’idea, ma nel tempo, dopo il 2006, si sarebbero convinti di accettare il calcio in franchising propinato dalla Red Bull. Per aggirare i regolamenti federali la squadra si sarebbe chiamata Rasen Ball Leipzig e che quindi avrebbe conservato l’acronimo di RB, mentre i colori sociali furono inevitabilmente biancorossi così come pure lo stadio si sarebbe chiamato Red Bull Arena, facendo inorridire quanti nel 1953 lo avevano battezzato Zentralstadion, un impianto in cui furono trascorse tante belle storie e tante belle notti del calcio europeo.
I numeri di quello che fu lo Zentralstadion. Non è più tanto facile decifrare l’identità calcistica di Lipsia al momento. La RB Leipzig, dopo essere stata in testa alla Zweite Bundesliga, ha guadagnato lo storico approdo nella massima divisione. Una mazzata tremenda da digerire per gli idealisti e puristi del calcio teutonico. La media-spettatori è aumentata fino a poco oltre le 20.000 unità, ma la squadra non ha fatto proprio breccia nella città. Oltretutto è la più odiata del calcio tedesco, tanto da indurre un bel numero di tifoserie a schierarsi nel fronte anti-Red Bull. Uno schieramento di non poco conto anche per la sicurezza totale del sistema calcistico tedesco. Del resto la tradizione appartenuta sia alla Lokomotive che al Chemie è enorme. Nel 2004 un nutrito gruppo di tifosi ha rifondato la Lokomotive ripartendo dall’11esima divisione nazionale. Al suo esordio 12.421 spettatori hanno assistito alla sfida contro l’Eintracht Grossdeuben. Un fatto eccezionale. Ma in tanti ci tengono a sottolineare che allo Zentralstadion nel 1987 per la semifinale di Coppa delle Coppe contro il Bordeaux erano in 100.000 e lo stadio era una bolgia così come lo fu al tempo contro l’Ipswich Town nel ’74 ed in tante innumerevoli sfide continentali, dove la Loko ha incrociato le proprie ambizioni con Barca, Napoli, Torino, Tottenham Hotspur, Benfica. Cioè quanto di meglio il gotha del calcio europeo ha saputo esprimere in ogni sua epoca calcistica.
 Tuttavia, qualcosa nello scenario globale della città  è cambiato sotto il profilo calcistico. La storia e la tradizione battezzano inevitabilmente la Lokomotive e la Chemie come i portacolori della città, ma intanto il blasone quasi inevitabilmente sembra voglia andare a premiare quelli della Red Bull, che nessuno vuole ma che invece saranno l’incomodo ed indesiderato ospite non solo di turno del calcio tedesco. Una storia del resto già vista in Austria e negli Stati Uniti e che qualcuno prevede in prospettiva anche in altri paesi a forte tradizione calcistica. Ce la farà la Germania a resistere all’assalto del calcio-franchising? In un paese in cui peraltro la tradizione ed il blasone non mancano? Molto dipenderà dai soldi della Red Bull, ma non solo. Intanto Lipsia ha in qualche modo reagito alla liofilizzazione cittadina della RB. La media degli spettatori per il nuovo club taurino ha subito un’oscillazione improvvisa e tangibile dal 2010/11 alla stagione del 2015/16, passando dai 4.206 del primo anno ai 25.025. E probabilmente con la promozione in Bundesliga sarà ancora di più incrementata. Insomma un incremento sensibile, che nei numeri e nelle prospettive si pone in netto contrasto con l’ostracismo nei confronti dei biancorossi che si respira e non a caso in tutta la Germania. Anche perché il numero degli spettatori rimane un dato tutt’altro che da trascurare. Del resto quelli della Red Bull hanno cambiato anche il nome a quella splendida creatura dello Zentralstadion, trasformandolo in un più consumistico e moderno Red Bull Arena, ma in questo caso in Germania sono rimasti con l’amaro in bocca un po’ tutti.

 Difficile dirlo o prevederlo, ma l’identity calcistica di Lipsia ha cambiato almeno esteriormente i propri connotati, anche se nell’anima della città c’è chi resiste con ardore. Del resto è pur vero che i giocatori, gli allenatori e i presidenti da sempre nel corso della storia cambiano e forse anche determinate tipologie di squadre, ma le istituzioni dei club storici quelli no, difficilmente cambieranno e passeranno mai di moda. 

venerdì 12 maggio 2017

Storie e leggende della FA Cup

STORIE E LEGGENDE DELLA FA CUP

Vincenzo Paliotto 
Prefazione Simone Galeotti
La FA Cup è la competizione calcistica più antica del mondo e già questo basta probabilmente per caricare questa manifestazione di tutto il fascino possible. Ad ogni modo, ripercorrerne la storia, le leggende e le imprese è eccezionalmente emozionante soprattutto passando attraverso i suoi aneddoti, le storie improbabili ed in particolar modo i giant killing, che rendono la Coppa d’Inghilterra unica ed inarrivabile. La FA Cup costituisce l’essenza del calcio e degli amanti di un football che forse non c’è più e che stenta anche a sopravvivere, ma che in questa Coppa miracolosamente ancora esiste.

lunedì 31 ottobre 2016

Storie di partite mai giocate

Storie di partite mai giocate

 di Vincenzo Paliotto

L'URSS Campione d'Europa nel 1960
Nel novembre del 1973 l’URSS rinunciò ad affrontare il Cile a Santiago nello spareggio per andare alla Coppa del Mondo, in quanto i sovietici ritenevano (ed a giusta causa) che il paese andino si trovasse sotto una vera e propria dittatura militare e che l’Estadio Nacional, dove si doveva giocare la partita, fosse stato fino a poche settimane prima usato come campo di concentramento. Non fu l’unica rinuncia di rilievo nella storia del calcio.
Ruggini greco-turche. La prima rinuncia di un certo effetto sopraggiunse nella stagione del 1958/59, la prima peraltro in cui un club greco veniva iscritto alla Coppa dei Campioni. All’Olympiakos Pireo, però, toccò l’infelice sorteggio di dover affrontare il Besiktas, squadra che aveva vinto il primo campionato turco su scala nazionale. Per motivi politici e considerate le frequenti tensioni tra il governo turco e quello ellenico, l’Olympiakos si rifiutò di andare a giocare ad Istanbul, ritirandosi dalla manifestazione. Una scelta probabilmente oculata, ma molto discussa e propagandata, da parte dei dirigenti greci, non in grado di affrontare una trasferta definita a rischio. Tuttavia, nella seconda edizione della Coppa dei Balcani, che si svolse nel biennio tra il 1961 ed il 1963, proprio un’altra squadra turca di Istanbul, la più famosa probabilmente, e cioè il Galatasaray, rispose in maniera forse inattesa alla precedente rinuncia dell’Olympiakos. Infatti, proprio i turchi si ritirarono da quella manifestazione, in quanto nel proprio girone avrebbero dovuto affrontare il Sarajevo, lo Steagul Rosu Brasov e proprio l’indesiderato Olympiakos. Per ironia della sorte gli ateniesi approdarono alla finale per affrontare i bulgari del Levski Sofia. Dopo le rispettive vittorie di misura in casa propria, bulgari e greci andarono a spareggiare proprio al Mihat Pasa Stadi di Istanbul, con vittoria che toccò agli ellenici, anche questa volta di misura, con rete di Stefanakos.

URSS-Spagna 1959. Una Spagna da favola, illuminata dai lampi di genio di Alfredo Di Stefano e Luisito Suarez, aveva eliminato senza apprensioni la Polonia e poteva nutrire ambizioni nella disputa della prima Coppa Europa. Tuttavia, il sorteggio gli mise di fronte l’URSS, formazione coriacea che da poco si era affacciata sul palcoscenico internazionale del calcio. Le ragioni politiche del Generalissimo Francisco Franco ebbero la meglio anche sulle sorti calcistiche di quella competizione. Franco ordinò alla sua squadra che la squadra sovietica, paladina del comunismo nel mondo, non andava affrontata per chiare ragioni politiche. Anche in seguito a quella rinuncia l’URSS avrebbe poi vinto il campionato europeo. Non capitò la stessa cosa, invece, quando quattro anni più tardi nella finale della stessa Coppa Europa la Spagna scese in campo per affrontare l’URSS, superandola per 2-1. Con quattro anni di ritardo le ragioni politiche non tennero.
L’insensibilità della UEFA alle avversità politiche. Una nuova defezione calcistica, comunque, si registrò anche nella seconda edizione della Coppa Europa, quella che si giocò nel biennio tra il 1962 ed il 1964 e questa volta le colpe furono in effetti del massimo organismo calcistico europeo. La Coppa Europa si giocava ancora e per l’ultima volta con il sistema degli scontri diretta e quelli dell’UEFA misero di fronte per il primo turno la Grecia e l’Albania, due stati in quegli anni in guerra. Pertanto gli ellenici si rifiutarono di ospitare gli albanesi ad Atene per l’andata e non si recarono quindi neanche a Tirana. La decisione della UEFA premiò con una doppia vittoria a tavolino l’Albania, che così passò al secondo turno. L’Albania poi affrontò la Danimarca, vincendo 1-0 in casa ma poi perdendo bruscamente a Copenaghen.

Mamma li turchi. Tra gli Anni Sessanta e gli Anni Settanta il Goztepe, squadra storica di Smirne, città ad alto tasso calcistico, che attualmente milita in terza divisione, visse il suo miglior momento, vincendo per 2 volte la Coppa di Turchia ed una President’s Cup, una sorta di precursore della Supercoppa. Adnan Suvari ne era l’allenatore miracoloso che però beneficiava dei gol di Fevzi Zemzem, attaccante che portò in dote dei giallorossi ben 136 gol in carriera. Una rinuncia fu probabilmente alla base anche del miglior risultato europeo del Goztepe. Nel 1969/70, infatti, in Coppa delle Fiere i turchi raggiunsero nientemeno che le semifinali. Eliminarono nell’ordine Olympique Marsiglia, Arges Pitesti e OFK Belgrado, mentre nei quarti l’Amburgo rinunciò a sfidarli. I giallorossi di Smirne giunsero così in semifinale (prima squadra turca della storia), perdendo però di fronte all’Ujpest Dozsa. Poco noti i motivi della rinuncia amburghese. Il Goztepe nella stagione precedente aveva eliminato anche l’Atletico Madrid.  Nel 70/71 però ha partecipato per l’ultima volta ad una competizione europea, facendo seguire poi lunghi decenni di buio.

Lontano da Derry, lontano dal cuore. Per l’ultima volta nel 1965 il Derry City si laureò campione dell’Irlanda del Nord, ma per colpe certamente non sue. La squadra di Derry, oppure Londonderry come amano nefastamente dire gli inglesi, infatti, fu costretta a non poter più giocare in un campionato che li vedeva indesiderati, ma non come avversari in campo, ma proprio nella vita di tutti i giorni. Derry, infatti, rappresentò l’epicentro deitroubles che quotidianamente intercorrevano tra inglesi e nordirlandesi in quella che è considerata una vera e propria guerra civile. Nel 1972 si verificò il più triste massacro a danno dei civili di quella guerra spietata e sanguinosa. Anche gli U2 cantarono quel triste giorno come Sunday Bloody Sunday. Ad ogni modo, per il Derry City divenne sempre più pericoloso giocare in quel campionato e pertanto la squadra fu costretta a trasferirsi nel vicino campionato dell’Eire a partire dal 1985, dopo aver peregrinato per qualche torneo amatoriale. Nella Coppa dei Campioni del 65/66, dopo aver eliminato al primo turno il Lyn Oslo (era la prima volta che una squadra nordirlandese riusciva nell’impresa), il Derry City cadde poi sotto i colpi dell’Anderlecht a Bruxelles. Un inequivocabile 9-0 per i bianco malva. Il retour-match poi non si giocò. Il Derry City venne sabotato dalle stesse autorità nordirlandesi e dalla IFA, la Irish Football Association. Il RUC ritenne l’impianto cittadino, il Brandywell, non in grado di rispettare i canoni di sicurezza. Si trovava nel quartiere di Bogside, il più ostico per le stesse truppe inglesi. Era diventato una roccaforte dell’IRA e spesso inaccessibile anche per le truppe inglesi. Allora la federazione propose l’esilio di Coleraine, città a maggioranza protestante, ma fu lo stesso Derry City a declinare l’invito e a non presentarsi in campo per il retour-match per non sottostare alle decisioni dell’IFA. Gli stessi emissari dell’Anderlecht effettuarono un sopralluogo al Brandywell, ritenendolo perfettamente agibile. Il Derry City non avrebbe potuto certo ribaltare il risultato, ma quella partita contro l’Anderlecht avrebbe rappresentato in un certo qual modo un successo più sociale che sportivo stesso.

Il blocco dell’est. Un intero blocco di squadre, invece, si ritirò dalla Coppa dei Campioni e dalla Coppe delle Coppe alla vigilia della stagione 1968/69. Si trattava del blocco dell’est europeo, che aveva il suo punto politico fermo inevitabilmente in quello dell’Unione Sovietica. Proprio i sovietici nel ‘68 avevano invaso la Cecoslovacchia, mettendo fine alla Primavera di Praga e gli attriti internazionali furono a dir poco impraticabili. Pertanto dai nastri di partenza della Coppa dei Campioni si ritirarono Carl Zeiss Jena, Levski Sofia, Ferencvaros, Dinamo Kiev e Ruch Chorzow. Scesero in campo soltanto la Steaua Bucarest, la Stella Rossa Belgrado, il cui governo era notoriamente indipendente dalle scelte dei sovietici, e lo Spartak Trnava, squadra campione proprio di Cecoslovacchia, che sfiorò un’impresa storica, venendo eliminata per un solo gol soltanto dall’Ajax. Stesso discorso si intraprese anche in Coppa delle Coppe con le preventive rinunce di Raba Eto Gyor, Spartak Sofia, Gornik Zabrze, Dinamo Mosca ed Union Berlino. Parteciparono gli slavi del Bor, la Dinamo Bucarest e lo Slovan Brastislava, che vinse clamorosamente la Coppa battendo in finale il Barcellona. Non ci furono, invece, particolari divieti per la Coppa delle Fiere, manifestazione non ancora ritenuta sotto l’egida dell’UEFA. 

 Un discorso a parte, ad ogni modo, recitavano le compagini albanesi, che per la prima volta vennero iscritte ad una competizione europea nella stagione del 1962/63, con il Partizani Tirana che affrontò, per la verità con molto onore, gli svedesi del Norkkoping. La loro partecipazioni, poi, alle coppe europee fu altalenante, con numerose partecipazioni e susseguenti diserzioni. Nel 66/67, infatti, iniziò il 17 Nentori Tirana, che si rifiutò di affrontare i norvegesi del Vaalerengen. La situazione politica albanese, in effetti, condannava il paese in un isolamento internazionale voluto dal premier Enver Hoxha, soprattutto in vista dell’uscita dell’Albania dal Patto di Varsavia. Rottura internazionale nel mondo comunista che provocò non pochi problemi. Hoxha rimaneva in pratica un convinto stalinista.
Tragedia nell'albergo di Eindhoven
Tragedia ad Eindhoven. Una vera e propria tragedia fu invece alla base di una ulteriore rinuncia a giocare in una partita di coppa europea e si verificò nel primo turno della Coppa UEFA del 1971/72. I tedeschi dell’est del Chemie Halle, infatti, avevano raggiunto il 3° posto in Oberliga, conseguendo quindi il diritto a giocare la Coppa UEFA. Ospitarono in casa, impattando a reti inviolate, il PSV Eindhoven. Il 28 settembre dovevano giocare il retour-match in Olanda, ma quella partita non si giocò. L’albergo che infatti ospitava i tedeschi registrò un pauroso incendio, in cui morirono 19 persone tra cui anche alcuni giocatori del Chemie. La qualificazione andò al PSV, che nel 35esimo anniversario di quella tragedia giocò una partita della memoria contro l’Hallescher (erede del Chemie) per commemorare quelle vittime.

Il derby mancato. La Germania calcistica trionfò nelle competizioni europee oltre il previsto nella stagione del 1973/74. Ma si trattò di un trionfo come dire riunificato, in quanto salirono alla ribalta sia una formazione della Bundesliga, il pluridecorato Bayern Monaco, sia una della Oberliga, vale a dire il campionato della Germania Est, con il Magdeburgo che vinse la Coppa delle Coppe. Le due squadre dovrebbero, quindi, di diritto misurarsi nel confronto diretto della Supercoppa Europea. Sfida che però per quella stagione non avrà mai luogo, anche perché beffardamente il sorteggio metterà di fronte le due squadre anche in Coppa dei Campioni e la sfida tra tedeschi dell’est e dell’ovest ha pur sempre un gusto particolare. La spunta con molta fatica il Bayern, ma in ogni caso le due squadre mancano di misurarsi in un altro doppio confronto che avrebbe fatto lievitare il palmarès o dei bavaresi o dei tedeschi dell’est. Qualcosa di incredibile era, invece, accaduto nel primo turno della Coppa UEFA del 1971/72, in cui i tedeschi orientali del Chemie Halle dovevano affrontare il PSV Eindhoven. Quelli di Halle, però, non poterono scendere in campo in seguito ad una tragdia che colpì la formazione tedesca durante il suo soggiorno nell'albergo che li ospitava in Olanda. Il Chemie si ritirò dalla competizione.

Il misterio lazial. Quella della Lazio nella stagione del 1975/76 è una rinuncia tra le più politicizzate della storia del calcio, in cui la società romana viene chiamata in causa senza un briciolo di responsabilità. La Lazio dovrebbe, infatti, affrontare nel secondo turno della Coppa UEFA il Barcellona di Cruyff e Neeskens, ma il franchismo di stanza in Spagna ne mina indirettamente la disputa del confronto. Infatti, qualche settimana prima del confronto europeo a Burgos vengono giustiziati degli oppositori al regime con la “garrota”, cioè una vera e propria esecuzione con la tecnica macabra del soffocamento, tra le più brutali mai eseguite tra tutte le dittature. La notizia fa il giro del mondo e al Presidente Umberto Lenzini vengono fatte delle pressione affinchè la sua Lazio si rifiuti di affrontare il Barcellona, che storicamente tra l’altro è un club, mès que un club, da sempre schierato contro il franchismo e la dittatura destroide di Madrid. Tuttavia, nonostante i tentativi del Presidente laziale di spostare in altra sede la partita, l’andata all’Olimpico tra Lazio e Barcellona non si giocherà per rinuncia da parte dei padroni di casa, che poi misteriosamente andranno a disputare il ritorno al Camp Nou e perdendo pesantemente per 4-0. Ma la qualificazione era ovviamente già ampiamente compromessa.

Il Regno Unito che non ci fu.L’Home Championship, vale a dire il Torneo Interbritannico, è la competizione calcistica per nazioni più antica del mondo, che si disputò per la prima volta nel 1884 e non ebbe luogo soltanto nel corso delle due guerre mondiali, poi andò sempre in scena fino al 1984, anno della sua chiusura definitiva, a causa di un calendario agonistico troppo intasato. Lo disputavano le quattro federazioni dello United Kingdom: Inghilterra, Scozia, Galles ed Irlanda del Nord. In un’occasione, però, quella del 1981 il torneo fu sospeso come dire per cause interne. Infatti, la guerra civile a Belfast e dintorni aveva sortito i suoi poco piacevoli effetti e soprattutto il 5 maggio di quell’anno il nordirlandese Bobby Sands, prigioniero politico, era morto nella Maze Prison. Questo clima incandescente consigliò ai gallesi e soprattutto agli inglesi di non andare a giocare a Belfast per timore di ritorsioni. Le mancate presenze di Inghilterra e Galles in terra nordirlandese fecero sospendere un torneo che fino a quel momento sarebbe potuto essere ad appannaggio della Scozia, che aveva battuto in casa l’Irlanda del Nord ed aveva vinto a Wembley, dopo essere stata sconfitta a Cardiff dal Galles. Ma quelle partite non si giocarono e per il 1981 nel Regno Unito non ci fu alcun vincitore. 

Nel regno di Cipro. Dopo aver eliminato i finlandesi dell’HJK Helsinki, i ciprioti dell’Apoel Nicosia rinunciarono alla loro avventura nella Coppa dei Campioni del 1986/87, rifiutandosi di affrontare i turchi del Besiktas. Una rinuncia che rispondeva ad un chiaro risentimento politico della squadra dell’isola. L’esercito turco, infatti, aveva invaso nel 1974 la parte a nord dell’isola, dando vita ad uno stato, quello di Cipro del Nord, non riconosciuto dalle autorità internazionali, ma ugualmente in vita nonostante numerosi provvedimenti. L’invasione dell’isola rappresentava e rappresenta tutt’ora una ferita ancora aperta nella vita politica e sociale dei ciprioti. Quello dell’Apoel fu un gesto estremo, ma molto propagandato dalla politica cipriota in quegli anni. Il Besiktas approdò così nel turno successivo, venendo poi eliminato dalla Dinamo Kiev.

Appuntamento in ritardo. Le Isole Far Oer, nel nord estremo dell’Europa, erano state da poco state ammesse a giocare le tre coppe europee e forse qualcuno non le conosceva affatto e nemmeno forse poteva immaginare dove si trovassero sulla cartina geografica. Ma nella stagione del 1993/94 accadde, tuttavia, qualcosa di insolito. Infatti, i lettoni del RAF Jelgava nel turno preliminare della Coppa delle Coppe erano stati abbinati proprio ai faroesi dell’HB Thorshavn, in un doppio confronto non proprio di cartello. IL RAF vinse la partita di andata in casa di fronte a poco più di 1.000 spettatori con un gol di Kozlov al 78’. Ma la prodezza del centravanti lettone era destinata a rimanere inutile, in quanto il 31 agosto del 1993 la squadra della Lettonia non era riuscita ad arrivare in tempo a Thorshavn, sede dell’incontro e capitale più piccola al mondo con appena 16.000 abitanti, per disputare la partita di ritorno. L’HB beneficiò del passaggio del turno, anche se poi venne estromesso nell’impegno successivo dai rumeni dell’Universitatea Craiova, vittoriosi in casa per 4-0, ma poi bravi nel retour-match a trovare la strada per le Far Oer, dove vinsero nettamente per 3-0. 

I padroni di casa non ci sono. Qualcosa di abbastanza singolare accadde tuttavia nel 1996 in occasione di una gara che doveva essere valevole come qualificazione alla Coppa del Mondo del 1998 in Francia. La Scozia infatti si recò a Tallinn per affrontare la nazionale locale dell'Estonia, ma gli scozzesi nell'allenamento del giorno prima si accorsero che l'impianto di illuminazione non copriva effettivamente tutto il terreno di gioco e pertanto chiesero l'anticipo dell'orario della partita dalle 18:00 alle 15:00 locali. E fu così che la nazionale estone non si presentò prorpio, in quanto tutti i suoi giocatori a quell'ora avevano impegni di ...lavoro. La FIFA poi predispose la ripetizione a Montecarlo e finì 0-0, ma la Scozia ai Mondiali andò lo stesso.